Giacomo Vogel, filantropo goriziano scivolato nell’ombra

Il secondo protagonista di “Zigo Zago – I goriziani che non ti immaginavi e le loro storie, zigzagando per la città”

Di Angelica Stasi

Raccontare la vita di Giacomo Vogel, nato nel 1760, «cittadino goriziano, uomo opulente pio e liberale, a segno che misurava i passi co’benefici» (L’Istria, 38:1848), è un compito affatto semplice. E quanto si trova, davvero poco, tra le fonti attendibili non riesce a soddisfare appieno la curiosità e l’interesse che sorgono naturalmente al primo approccio con questo personaggio. 

Chi era costui? Quali le sue fattezze? Quale il suo retaggio, quale il suo mestiere? E, soprattutto, esistono i custodi della sua memoria?

Se di eredi non v’è traccia, non dovrebbe essere compito della città rammentarsi di lui, azione che si compie con la mente, e ricordarlo, azione che invece si compie con il cuore? Insomma, tentare di trasmettere gli alti valori e virtù che orientarono le sue azioni, rinverdire il concetto di filantropia, spiegando come una volta dato il là ad un circolo virtuoso vi sono altissime probabilità che questi proseguirà a lungo da solo, portando benefici alla collettività tutta.

 

Procediamo con ordine. Giacomo Vogel fu, a tutti gli effetti, una persona che il “là” riuscì a darlo. Egli, così come riporta un trafiletto de “Il nostri Borc”, giornale di Borgo San Rocco stampato nel dicembre del 1983, non fu solamente un uomo generoso e caritatevole, non si limitò solamente all’elemosina ma si adoperò attivamente per garantire, al maggior numero di persone possibile, benessere e assistenza.
Così, nel 1830 donò alla città una casa, per l’esattezza al numero 20 de «la pubblica via che da Gorizia mette a Lubiana» (L’Istria, 38:1848), l’odierna via Alviano. Quest’abitazione fu presto inaugurata con tutti i fasti del caso ed «abbellita da una pietra marmorina» (ivi) che, a lettere dorate, ricordava il buon “Iacobo Vogel”.
Per i primi sedici anni fu l’intera città di Gorizia a provvedere alla gestione del nuovo «Spedale de’ poveri», provvedendo a «vitto e vestito, e biancheria, e stoviglie, e tutto ciò ch’era necessario». Numerose furono le difficoltà, fintantoché l’arcivescovo di Gorizia Francesco Saverio Luschin non affidò la «direzione del pio Istituto alle Suore di carità» (ivi).
Provvidenziale fu il lascito testamentario di trentamila franchi del «Conte della Marna, figlio primogenito di Carlo X re di Francia principe esemplare e benefico», che visse a Gorizia «sempre largo di limosine alle chiese ed ai tapini della città, cui era affezionato come a sua patria di adozione» (ibidem, 39).
Accanto a questa somma furono raccolte numerose altre donazioni -s’impegnarono tutti, dai cittadini all’arcivescovo, dal magistrato e dagli ecclesiastici ai notabili e ai doviziosi - e si potè, così, ampliare in altezza, larghezza e lunghezza l’edificio.
Ora la “Casa di beneficienza” - a cui si accedeva per delle «scale di pietra bianca piccata» che ben rendono «la maestà dell’edifizio, che onora la città di Gorizia più che tutti i monumenti dell’orgoglio» (ibidem, 38) - constava di due piani, di una soffitta e di un ampio cortile, «in parte destinato ad uso di orto» (ibidem, 39).
Un’ala del secondo piano, dedicato alle donne, fu adibita a cappella e qui a lungo fu custodito, oltre a due preziose statue lignee, «un quadro ad olio del Tominz rappresentante il crocefisso Signore» (ibidem, 38).
La “Casa di Beneficienza” sopravvisse solidamente nei decenni fino al flagello e alla devastazione della Prima Guerra Mondiale.

 

Vi è un altro luogo, a Gorizia, strettamente legato al nome di Vogel. È la cappella di Sant’Antonio, nell’omonima piazza cittadina. Essa precedentemente fu l’oratorio, sembra proprio costruito dal Santo Taumaturgo, del convento dei Minoriti, messo all’asta nel 1784. Il nostro lo acquistò, donandolo alla città ponendo, come unica clausola, che l’oratorio divenisse una cappella dedicata al Santo (Il Nostri Borc, 2:1983).
Per molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1833, Vogel lo si poteva ricordare passeggiando per la via a lui intitolata fino a che, nel 1930 non si ritenne più consono intitolarla a qualcun’altro, un patriota dalmata, Antonio Baiamonti. 

Così, Giacomo Vogel, uomo che con le proprie azioni riuscì a dare vita ad una solidal catena, è ormai scivolato nell’ombra. Eppure, «il dire ai viventi ed alle future generazioni le virtù e le buone opere non solo è laudabile, ma torna eziandio e giovamento (39)».




Bibliografia



De Claricini Alessandro, Gorizia nelle sue istituzioni e nella sua azienda comunale durante il triennio 1869 – 1871, Tipografia Seitz editore, 1872;

 

Il Nostri Borc, Via Vogel (ora via Baiamonti), Centro per la conservazione e valorizzazione delle tradizioni popolari di Borgo San Rocco n° 16, Dicembre 1983;

 

L’Istria, Lo Spedale de’poveri a Gorizia, n.10-11, 26 febbraio 1848.