La seconda protagonista di “Zigo Zago – Alla riscoperta di personaggi illustri tra i luoghi di Gorizia, zigzagando per la città”
Di Lodovica Gaia Stasi
Notte. La luna piena illumina i bastioni del Castello di Gorizia. Un uomo cammina, immerso nei propri pensieri, e all’improvviso, di fronte a lui, si materializza una donna. Bellissima, pallida come la luna, circondata da una muta di sette enormi mastini dagli occhi di bragia. La circondano, come a proteggerla, digrignando le zanne e arricciando il pelo della schiena, pronti a balzare alla gola del povero malcapitato.
Questi ben conosce la leggenda del fantasma Contessa Caterina, maledetta per la sua avidità, costretta a vagare tra le mura del Castello, apparendo ogni sette anni. Solamente colui che, con grande coraggio, le domanderà dove sia nascosto il suo tesoro la potrà liberare dal giogo dell’ eterna dannazione, acquisendone tutte le ricchezze.
L’uomo tenta di aprire la bocca e pronunciare la fatidica domanda. Ma le mascelle sono serrate, le gambe tremano come foglie e un sudore freddo imperla il suo viso.
L’apparizione continua a rimanere immobile ma, nonostante ciò, l’uomo prova una paura indescrivibile. La paura atavica di ogni essere vivente di fronte ai fantasmi.
Resiste per pochi secondi, prima di voltarsi e fuggire quanto più veloce gli permettono le gambe, inseguito dal ringhiare dei cani e dal pianto disperato di Caterina.
Ecco, questa è la leggenda della Dama Bianca del Castello di Gorizia. Ogni buon castello che si rispetti, piccolo o grande, antico o ricostruito, deve avere almeno uno spettro dannato che si trascini tra le mura e le segrete del maniero.
Ma ora abbandoniamo le storie davanti al fuoco ed inforchiamo gli occhiali dello storico: chi fu veramente Caterina? Certamente non un povero fantasma, né la donna avida descritta dalla leggenda, capace di far uccidere dai suoi cani un messo del Patriarca di Aquileia, all’unico scopo di derubarlo dell’oro che portava con sé. Scoprirete in questa breve lettura che Caterina nella sua vita fu una donna estremamente decisa e combattiva, capace di ribellarsi all’autorità del marito e di sostituirsi a lui completamente, e tutta sola, quale Signora della Contea di Gorizia.
Caterina di Gara (o di Jara), figlia del conte palatino ungherese Nicola Gara e di Anna di Cilli, venne data in sposa molto giovane al Conte di Gorizia Enrico IV, nel 1438.
Il matrimonio non fu affatto felice e non solo perché tra i due vi era una differenza di circa quarant’anni. Sembra, infatti, che Enrico fosse un uomo rozzo, volgare, ignorante e dedito al bere e ai bagordi (Gallarotti, 8, 9:2002). Ad onor del vero, c’è da dire che questa descrizione potrebbe essere largamente di parte. Fu scritta, infatti, da Enea Silvio Piccolomini, segretario di un acerrimo nemico del Conte goriziano: l’Imperatore Federico III d’Asburgo (Baum, 205:2000).
Caterina diede alla luce tre figli: Giovanni, Ludovico e Leonardo. Proprio quest’ultimo nato nel 1444 fu l’ultimo Conte di Gorizia e morì senza eredi, nel 1500. In tal modo la dinastia dei Conti di Gorizia si estinse e la Contea divenne parte dei domini degli Asburgo (Gallarotti, 8, 9:2002).
Ma torniamo ora alle vicende burrascose di Caterina. La giovane Contessa scatenò un vero e proprio scandalo quando nel 1443 fece rinchiudere il marito, perché costui non garantiva a lei e ai figli un appannaggio consono al loro rango (effettivamente, ancora oggi una storia simile salirebbe alla ribalta delle cronache). Caterina, abilissima, dopo aver imprigionato il marito, riuscì anche ad ottenere la proprietà del Castello di Grünburg, dimora dove poi risiedette abitualmente (Baum, 205:2000).
Le fonti ci raccontano che la Contessa approfittò della crisi tra il marito e Federico III, riguardante un debito insoluto del primo verso l’Imperatore, per rafforzare la propria influenza in Carinzia, impossessandosi anche di Weidenburg, nella valle del Gail (Gallarotti, 8:2002).
Enrico si rivolse a Papa Eugenio IV per richiamare la moglie presso di sé ma lei, audacemente in spregio alle regole del tempo, rispose che non aveva alcuna intenzione di tornare dal marito.
Il rapporto tra i due rimase teso e burrascoso tanto più che, nel 1452, Caterina fece rinchiudere il marito - alcune fonti riportano fosse ormai del tutto alcolizzato - per una seconda volta,stavolta pure con l’ovvio benestare di Federico III.
La Contessa lo sostituì così nel governo della Contea, “apparendo negli atti come Contessa Caterina senza che il nome del Conte, ancora vivo anche se del tutto inetto, venisse neppure menzionato” (cit. (ibidem, 8, 9).
Il conte morì nel 1454.
Un grosso litigio tra la Contessa e il figlio maggiore Giovanni, il quale reclamava la conduzione della Contea in quanto legittimo Conte, la costrinse ad abbandonare le redini del governo e ritirarsi nel suo Castello di Weidenberg, ove morì tra il 1471 e 1483 (ma non vi sono fonti certe sulla data esatta della sua morte) (Gallarotti, 8:2002).
Lasciamo il lettore con una riflessione finale: chissà perchè si ricorda Caterina solo come una Dama Bianca e non come la donna d’azione che in realtà fu, capace di governare la Contea per anni, con coraggio e abilità, al tempo solitamente prerogative soltanto maschili.
Bibliografia
Baum Wilhelm, I conti di Gorizia. Una dinastia nella politica europea medievale, LEG Edizioni, 2000;
Gallarotti Antonella, Personaggi goriziani del Millennio, Edizioni della Laguna, 2002.

