Gian Giuseppe Bosizio, nobile goriziano, abate e illustre traduttore

Il terzo protagonista di “Zigo Zago - Alla riscoperta di personaggi illustri tra i luoghi di Gorizia, zigzagando per la città”

Di Elena Banino

Spiritualità e spirito d’artista caratterizzarono la vita del sior abat Zuan Josef Busiz. 

Vissuto nella casa al numero 58 di Via Rastello  dal 20 marzo 1660 all’11 aprile 1743, Gian Giuseppe Bosizio proveniva da una famiglia di nobile rango di Gorizia, città che lasciò solo per condurre gli studi teologici a Graz, per poi tornare una volta ordinato per ricoprire la carica di cancelliere arcidiaconale per tre decenni.

Non fu solo teologo, ma anche pittore e poeta. Fa parte infatti dei molti cittadini illustri di Gorizia - e della piccola rosa che abbiamo selezionato al loro interno - per il ruolo che scelse di ricoprire nei confronti di una delle lingue caratteristiche della città.

Bosizio conosceva il greco, il latino e l’ ebraico, l’italiano, il tedesco, il francese e l’inglese, ma anche il cragnolino e il friulano, e componeva in tutte queste lingue. 

Scelse per sé l'onere e l’onore di tradurre in friulano sonziaco (cioè nella particolare varietà di friulano goriziano), le opere di Virgilio: Eneide, Bucoliche e Georgiche passarono sotto le sue mani per ripresentarsi in veste nuova, tradotte in viars furlans e interpretate nello spirito e nell’identità che si esprimono attraverso la lingua di un popolo.

Come ricorda Tunini (1998: 43-44), il friulano fa parte dell’identità profonda di Gorizia e dei suoi abitanti. Lingua franca di terra di confine, utilizzata da due popoli per comunicare tra loro, dal parlato popolare il friulano si fa strada fino a clero e nobiltà, i quali si adattano a farne uso nello spazio di un secolo, dal 1500 al 1600. E appartengono proprio al clero, continua Tunini, quegli autori che iniziano la tradizione del friulano come lingua letteraria del goriziano, e, tra loro, anche Bosizio.

Si tratta di una lingua che appartiene ad un «territori[o] etnicamente mist[o]», «linguisticamente [...] espost[o] alle influenze della lingua vicina» (Skubic, 1998:55), le cui particolarità lessicali in alcuni casi si trasmettono anche al friulano dominante. Accanto allo sloveno, che influisce per prossimità, c’è il tedesco, lingua d’ordinanza sotto la dominazione asburgica di Gorizia, che affiancò il latino nello spazio pubblico.
Il ruolo di lingua di “governo” passò poi all'italiano. E così, friulano e sloveno, costituiscono uno strato di resistenza, un bacino di identità e di particolarità specifiche di Gorizia - del confine che la attraversa e di tutte le contaminazioni che lo scavalcano e lo avviluppano - rispetto alle lingue dominanti, e rispettivamente all’italiano e al tedesco (ivi).

Delle tra traduzioni, solo l’Eneide e le Georgiche hanno visto l’edizione a stampa, entrambe realizzate postume. Nel tradurre i due poemi, Bosizio seguì due inclinazioni stilistiche molto differenti.

Per le Georgiche, scelse uno stile fedele al genere del poema originale: tradusse i versi nel solco della tradizione del componimento, sfruttando le minuzie lessicali della lingua friulana, utilizzandone la varietà per sfoggiare “tecnicismi contadini” (Bosizio Giovan Giuseppe in: Dizionario biografico dei friulani) che unissero precisione e delicatezza poetica.

Il testo, rimasto manoscritto per quasi un secolo (dal 1775 al 1857), fu pubblicato da Giovanni Paternolli, e, dopo di lui, da Amati a fine Ottocento. L'ultima edizione si deve, nel 1934, a Dolfo Carrara, che scelse di rimaneggiare il testo per le pagine di "Studi Goriziani", per farlo aderire il più possibile alla lezione scelta dalla Società filologica friulana (Carrara Rodolfo in: Dizionario biografico dei friulani).

Tutt’altro stampo impresse il Bosizio alla sua versione dell’Eneide. 

Il poema epico del Vate riceve un bagno in…Isonzo, che imprime, sfruttando la natura del friulano, una verve satirica e spirito parodistico alle gesta d’eroi, sfruttando il carattere popolare e quotidiano della lingua friulana per creare abbassamenti repentini di registro, virando in comicità il tono epico dell’originale. 

Nell’ottava di apertura, il Bosizio imprime una dichiarazione d’intenti che recita: 

«Jó ch’al son rustican de’ totorossa / ai chiantat, fin cumò, sol di pastors / […] cu la trombetta in man d’armis mi vanti / e in stil guerrir l’Eroe troian io chianti»       «[Io] che al suono rusticano della cornamusa ho cantato, finora, soltanto di pastori con la trombetta in mano mi vanto di armi e in stile guerriero canto l’eroe troiano]»

(Bosizio Giovan Giuseppe in: Dizionario biografico dei friulani) 

Un altro poeta e letterato friulano, Giovan Battista dalla Porta, curò l’edizione a stampa del 1830, di fatto stravolgendo l’ispirazione goliardica di Bosizio: rinsaldato il timor reverenziale dell’originale virgiliano, dalla Porta decise di spogliare il manoscritto del travestimento burlesco confezionato dal nostro e di cambiarne la foggia linguistica dal friulano sonziaco alla lezione del “friulano puro” (ivi).

In ogni caso, l’operazione di spirito del Bosizio, rivela il carattere di un uomo, un letterato capace, che non si nega la possibilità di non prendere troppo sul serio se stesso e la propria erudizione.

Ci piace concludere questa paginetta dedicata a Gian Giuseppe Bosizio con una delle sue traduzioni, una versione in friulano della poesia tedesca “Il litorale austriaco”.

Version da la poesia todescja "il litorale adriatico"

Sul cret la sù no sta sintat un vìeli? 

Dal fred i languids voi duch conturbatz

Di nev cuviart, il lung chiaveli,

Gi pichin dalla barba fil di glaz

Al flanc gi sta biel femminil figura,

La man pojada i ten sul cuel curvat,

Gi dona flors d’una region plui pura, 

In cui s’ha primavera za svejat.

 Il vieli zubilant chei flors accetta,

Ai lavris tremulanz ju va pojand,

ju bussa  in segno di’union pluistretta

E d’amicizia viv affiet e sant.

A lui, daur crez sora crez s’ammassin,

L’abete spicca fur in verd color,

E blanchis monz di freda glaz s’intassin

Perfin nei nui, ch turbiz stan intor.

 

Versione della poesia tedesca “Il litorale adriatico”

Sulla roccia la sù non sta seduto un vecchio?

Dal freddo i languidi occhi tutti conturbati

Di neve coperta la testa, il lungo capello,

Gli pendono dalla barba fili di ghiaccio

Al fianco gli sta una bella figura femminile

La mano appoggiata gli tiene sul collo
chinato,

Gli regala fiori di una regione più pura, 

In cui la primavera si è già svegliata

Il vecchio gioiosamente quei fiori accetta,
alle labbra tremanti va appoggiando 

Li bacia in segno di una unione più stretta 

E di amicizia vive affetto e santo.

A lui, dietro roccia sopra roccia si ammassano

L’abete spicca fuori in verde colore ,

E i bianchi monti di freddo ghiaccio si accatastano

Perfino nei nuvoli, che girano stando intorno.

(Tunini, 1997: 44,45) 




Bibliografia e sitografia

 

Dizionario biografico dei friulani, Carrara Rodolfo
https://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/carrara-rodolfo-dolfo/ ;

 

Dizionario biografico dei friulani, Bosizio, Giovan Giuseppe
https://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/bosizio-giovan-giuseppe/ ;

 

Skubic Mitja, L’apporto linguistico Sloveno al Friulano di Gorizia, Linguistica, 1998, volume 28, n°1;


Tunini Livio, Gurizia: la lenga piarduda. Radici linguistiche goriziane, Edizioni della Laguna, 1997.

 

L’Associazione Examina ringrazia calorosamente la Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, in particolare la dottoressa Barbara Cimbaro ed il direttore, dottor Luca Caburlotto, per aver permesso – in tempi strettissimi – la consultazione e la riproduzione di volumi antichi, proprietà della Biblioteca.